6 dicembre 2010

Williams, l'ex mago del basket è diventato un predicatore di Dio

Posted by Matteo Bollini on 19:57 0 commenti

A Verona e Treviso, «Hi fly» è ancora una leggenda. Adesso recita i suoi sermoni nella chiesa battista di New Zion, a Charlotte
Ha chiamato time-out. Per posare il pallone e prendere in mano la Bibbia. Addio «Hi Fly», ora è «Pastor». Venite a lui, oh fedeli e pecorelle smarrite. Cercate Henry Williams? Bussate alla chiesa battista di NewZion, a Charlotte, nella Carolina del Nord. E chiedete del padrone di casa. «He belongs to Jesus», lui appartiene a Gesù. Non se lo scriveva sulla maglietta, come i calciatori: ne ha fatto una scelta di vita. Ricordate il folletto? Rammentate i tiri da tre punti? Vi sovvengono le penetrazioni in area, galleggiando, fra la muraglia dei pivot avversari? Henry Williams, ovvero che aria tira lassù. Uno che giustificava il prezzo del biglietto: soddisfatti, mai rimborsati. PalaOlimpia e Palaverde ai suoi piedi, i ragazzini a imitarne le gesta nei campetti di Verona e Treviso. «Quella volta tirò così», «quell’altra rimase in sospensione tot», «quell’altra ancora fintò a questa maniera». Finita. Si può volare alto anche fra le navate. In mezzo alla gente, sempre, come piace a lui.
Quando la metteva a ciuffo, nella retina, urlava «yeah» rivolto alla tribuna, gonfiando i muscoli del braccio sinistro. «Yeah», adesso, esclamano anche i devoti, mentre lo ascoltano magnificare la potenza dello spirito di Dio, la grazia divina, il sacrificio di Gesù. E’ partito tutto da un’illuminazione. Quando arriva, arriva, e indietro non si torna. Raccontano, in America, che «Hy Fly», un giorno, si sia presentato dal Pastore Jeremia Robinson e gli abbia detto: «Oggi alle 4 del mattino Dio mi ha parlato. Eccomi, sono pronto». Raccontano, pure, che sua moglie Katrina, di fronte al fatto compiuto, abbia deglutito a stento: «Sapevo che Henry era stato chiamato da Dio per diffondere la sua parola, ma nessuno poteva immaginare che diventasse predicatore». E’ la fede, bellezza. E questo è Henry Williams, maglia numero 14. Scaligera Basket poi Benetton Treviso, fra il 1993 e il 2001, gli anni d’oro del Divin Mancino.
Un metro e novanta per 83 chilogrammi,movimenti sinuosi, palla incollata alla mano. Lui, quaranta candeline lo scorso giugno, proprio lui. Si è ritirato nel 2002, dopo le parentesi in chiaroscuro a Roma e Napoli. «Tanti saluti, torno negli States». E là, nella Carolina del Nord, ha deciso che il suo habitat non era più il parquet. Era il pulpito. Dalla casacca alla tonaca, la notizia del cambio d’abito è nota. Perché appena il basket è uscito dalla sua vita, i piedi di Williams hanno varcato il sagrato. Solo che ora ci sono Internet e You Tube, con il canale NewZionWeb, a regalarti il film della sacra trasformazione. Puoi vedere, ascoltare i suoi sermoni. Lui, in primo piano, elegante, che si agita, si sbraccia, un po’ come faceva Franco Marcelletti, che la panchina di Verona l’ha appena riabbracciata, quando doveva impartire l’ordine di scuderia: «Se mancano pochi secondi, palla a Henry!».
Alla faccia di chi ti vuole inquadrato, in barba ai soliti percorsi: giocatore, poi assistente del coach, magari un giorno allenatore, chissà in futuro general manager. Stavolta no. E tutto per merito di una nonna. Sì, la nonna cui Williams era legatissimo: «Da piccolo giocavo 16 ore nei playground, il resto della giornata lo passavo a riposare. Lei mi voleva levare dal cortile e spiegarmi quant’era importante la Bibbia. A quel tempo non capivo, ma se ci ripenso mi accorgo che le sue parole hanno avuto un effetto profondo». In realtà, c’era da aspettarselo. Chiedete a Roberto Dalla Vecchia, a Riccardo Pittis, a tutti quei leoni della pallacanestro veneta che l’ebbero come compagno.
In ritiro, prima delle partite, Williams si portava dietro il Vangelo. Rigorosa osservanza delle Sacre Scritture. Un angioletto. Quando Verona se lo vide scivolare dalle mani, complice un’offerta sontuosa di Treviso, la piazza cadde in depressione. Anche perché l’indegno erede fu Ryan Lorthridge. Quello che, sulla carta, soffriva di nostalgia. Quello che finì sotto i ferri, dopo un incidente in macchina, con la stanza d’ospedale assediata da grappoli di donne lacrimanti: allora la società capì come il Nostro trascorreva le notti in riva all’Adige. Altroché depresso. Ah, quando c’era Williams… Il canestro, una volta, obbediva a Henry Williams. Adesso, e pare incredibile, è lui che obbedisce a qualcun altro.
Articolo di Matteo Sorio



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